Racconto d’ombra

Fare anche solo un piccolo movimento, voltare la testa, ruotarla in su. Fanghi e sabbie, rami e radici ti trattengono giù sul fondo buio. Non c’è neppure un filo di luce che entra a ferirti. Fuori c’è un sole invadente prepotente accecante. La luce del sole è cambiata: fingono di non accorgersi: ma tutti sanno che è cambiata. Così nella zona sotterranea luce non c’era. Doveva decidere. Il tempo passava e doveva prendere una decisione. Il fango e le sabbie del fondo nella bocca, negli occhi o ascendere. Le mani del sogno, quelle due auto così legate, l’avrebbero voluta trattenere giù. Senza sole e ore. Senza parole. Senza i riti e i vestiti.

All’alba aveva avuto nausea. Si era trascinata in bagno. Sentiva nel corpo un’oscillazione e un tremito. Poi aveva avvolto il corpo nel caldo ed era nuovamente scivolata nel nulla.

Di nulla avrebbe voluto morire o vivere: in quello stato muto e fermo che hanno gli insetti. Fingersi morta. Abbandonare il mondo. Che era il suo mondo giacché era lei a viverlo. La sua astensione dal mondo, dal suo mondo, non avrebbe provocato grandi movimenti. Tutto si sarebbe serrato come un coperchio: velocemente.

Sapeva che era solo questione di un attimo. Reagire a questo torpore. Un solo gesto avrebbe azionato il meccanismo in un certo senso e la macchina avrebbe prodotto un lungo nastro arancione. Quel nastro l’avrebbe trascinata a fare cose, altre cose. Come i pezzi del domino quando si accasciano. Un movimento per contaminazione di un altro movimento. Non altro.

Non aveva più molta voglia di farsi portare dal nastro e di fare cose. Nella zona d’ombra avrebbe lasciato ogni movimento del corpo e della mente. Si sarebbe avvicinata all’immobilità del sasso. Nulla fare. Nulla desiderare. Nulla pensare. Lasciarsi morire.

Nella stanza buia, tanto più buia quanto più forte batteva fuori il sole, decise di provare a muovere una mano e sollevare il braccio.

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15 commenti Aggiungi il tuo

  1. Transit ha detto:

    Rubai, in questa foto,
    io che non avevo mai rubato,
    l’immagine
    di te,
    marchiando a fuoco
    i miei occhi,

    senza dirtelo mai:
    era ieri, anzi,
    un’ora fa, o chissà
    se sono passate
    lune, stelle
    e le nuove galassie del battito.

    E senza stancarmi,
    aspettavo che il tempo
    dilatato,
    significato di catene,
    a centellinare
    gli eterni minuti e secondi
    delle impassibili
    strade oscure,
    passasse
    rapito.

    Quando non ti vedevo
    pur trattandosi
    del fango dei secoli
    appena spuntava il soffio
    del vento, spariva.

    Sfioravi
    come una piuma
    i miei occhi incantati
    Venivi fuori dal dorso
    della prigione.

    Era di fango e di sabbia.
    E da sotto,
    germogliando,
    risvegliasti la terra,
    la vita, tua natura.

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    1. elettasenso ha detto:

      Meravigliosa poesia. Grazie di cuore. Non ho parole. Quindi sto muta e la rileggo.
      Eletta

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  2. Transit ha detto:

    L’inizio mi ha portato nella stanza ad assistere ai movimenti sgraziati e disperati di Gregor Samsa, suo malgrado, protagonista principale e secondario, de La metamorfosi di Franz Kafka..

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    1. elettasenso ha detto:

      Ci sono mattine che ci sentiamo giù. Per fortuna rare. Ieri sera leggevo il diario di Sylvia Plath: pagine in cui sta accarezzando l’idea del suicidio. Forse mi ha influenzato nel testo non nel desiderio :-))
      Eletta

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  3. Transit ha detto:

    Poco fa, dopo aver letto il tuo post e aver scritto i miei due commenti che sono strettamente collegati, sono andato di là e mentre mi infilavo le scarpe, guardando il mobile stile inglese nell’entra di casa, tra i vari libri ne ho preso uno: Il diario, di Franz Kafka, l’ho aperto a casaccio e ho trovato un piccolo racconto in cui dopo due parole è scritta la parola estate. L’inizio è alquanto straniate come sono tipici gli scritti di Kafka, poi ho dovuto smettere per uscire di casa.

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    1. elettasenso ha detto:

      Sincronicità
      :-))
      Eletta

      Mi piace

  4. Transit ha detto:

    Noi sicuramente prendiamo da certi scrittori piuttosto che da altri come spesso può capitare quando siamo in compagnia dei nostri amici viventi. La domanda è: Gli scrittori morti e i loro morti, come nel caso dell’ Antologia di Spoon River cosa mai prenderanno da noi, poveri scrittori e poveri mortali, cosa mai prenderanno da e di noi se ormai, buon per loro, riposano in pace?

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    1. elettasenso ha detto:

      Tutto si macina nel grande mulino del tempo, prendiamo e diamo minuscoli frammenti continuamente. O così a me pare.
      Grazie
      Eletta

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  5. massimolegnani ha detto:

    atmosfera inquietante e non si sa cosa augurare alla protagonista, se l’astensione dal mondo (che bella espressione hai usato!), quasi un’utopia questo (soprav)vivere a parte, o il ritorno in uno scenario che ha un che di apocalittico.
    piaciuto (perfetta l’immagine a corredo)
    ml

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    1. elettasenso ha detto:

      Grazie massimo claudio augusto, mio critico di fiducia un buon pomeriggio caldo e fresco sulla tua speeeeedy bicyyyycletta
      ;-))
      Eletta

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      1. massimolegnani ha detto:

        eheh, buon pomeriggio a te (guarda che ho un commento in moderazione da ieri sull’altro tuo blog)

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      2. elettasenso ha detto:

        Grazie: saltellando da uno all’altro a volte perdo il senso 😉
        Eletta

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  6. massimolegnani ha detto:

    aggiungo, a distanza di un anno che nella narrazione c’è un buon equilibrio tra sogno e intarsi di reale.
    ml

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    1. elettasenso ha detto:

      Perché a distanza di un anno? Sono così svampita da averlo già pubblicato un anno fa?

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  7. elettasenso ha detto:

    Sì, proprio svampita. Me ne sono accorta ora. Va beh ormai lascio il doppio. 😂😕😄

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