Credo sempre ai giochi

Questo post che stamattina vi propongo risale a diversi anni fa.

Ogni volta che “mi leggo”, cioè ogni volta che ri-leggo qualcosa che ho scritto diversi anni fa, sento la distanza dalla donna che ero, sento la distanza da quello che vivevo e che, allora, mi faceva soffrire e capisco davvero il significato dell’impermanenza. Tutto muta. Tutto scorre. Ma ora, come allora, io credo sempre alle parole.

Ecco cosa scrivevo:

“Qualcosa di sostanziale si è modificato negli anni: non so se è un bene, non so se è un male.

Il cambiamento riguarda me: a un certo punto della mia vita ho deciso di non giocare più, di non incontrare più. Mi sono ritirata, ho abdicato totalmente al gioco, che, tanto, non mi divertiva per niente. Ho deciso di non perdere più tempo a mettere in scena: nessuna commedia, nessun dramma, nessuna recita.

Gioco da sola: so che io, almeno, non tradisco la parola e il suo senso. Di me mi fido. Evito così inutili aspettive e delusioni.

Tutto si è sgonfiato come un palloncino ferito da una spina.

Scoppiato come una bolla di sapone.

Evidentemente mi sono attivata da sola, caricata la molla da una mano invisibile del mio strabiliante inconscio: ho fatto tutto io.

E sono partita a immaginare e a fare. A farmi bella, come lui mi aveva detto.

Fatti bella perché ti porto fuori. Fatti bella perché ho una gran voglia di vederti.

Ci credo sempre alle parole. Credo sempre corrispondano alla realtà.

Pane al pane e vino al vino. Che ci sia una corrispondenza tra quello che uno dice o scrive e quello che uno pensa.

Era solo un gioco. Mi ha detto ora al telefono.

Ah, sì ma quello era solo un gioco. Il gioco di prendere la macchina, impostare il satellitare verso la mia città e venire. Cioè agire. Poi telefonarmi e dirmi: – Sono qui.

Credo sempre ai giochi. Alla loro realtà intrinseca. Quando giocavo agli indiani da piccola e i maschi mi prendevano e legavano all’albero, che era un palo sacrificale, io ci credevo che fossero indiani anche se non avevano le piume d’aquila sulla fronte e le righe dipinte sul viso.

Sono fatta così. Se una persona mi dice: – Vengo.

Io capisco che viene.

Se una persona mi dice: – Ho voglia di vederti

Io capisco che ha voglia di vedermi.

Ci credo soprattutto quando non c’è una contro-comunicazione che possa farmi credere che non è così, cioè un aggiornamento, un cambio di programma, un ripensamento.

Se poi una persona mi dice: – Ho molta voglia di incontrarti…

Io, per una tutta mia personale logica sottesa, mi attendo che abbia voglia d’incontrarmi.

Non farti bella, bella mia. O fatti bella per altri.

Ritieniti libera dal gioco – non sarò io a prenderti e legarti al totem.

In realtà, a pensarci bene il gioco è solo una mia fantasia. Mia la scena, mia la parte, mia l’invenzione degli attori. Se guardo bene mi rendo conto che si tratta solo di fantocci che io animo per far finta di divertirmi, cioè di divergere dal già noto. Che essendo già noto, già mi ha enormemente stancato.

Si tratta di fede, si tratta di speranza. Che possa esistere un modus vivendi diverso. Una giardino fatato dove veramente gli attori recitino a puntino la loro parte, basandosi sulla sceneggiatura. Perché si realizzi infine lo spettacolo spettacolare che sbaraglia la prevedibilità del previsto.

La monotona ripetizione della scadente sciatteria.

Questa sono io. Una bimba che fatica a crescere e aderire al dato di realtà.

Per questo attivo risorse sepolte. Per questo mi muovo. Per questo agisco.

Faccio cose mirabolanti – quando credo alle parole che mi vengono dette.

Pronta all’imprevisto, alle scalate, all’esplorazione. Io sì, pronta al gioco.

Per credere che non sempre sia finzione, non sempre bugia, non sempre furbizia. Non sempre indifferenza. Malavoglia. Dimenticanza. Inconsistenza.

Poi esiste il processo di razionalizzazione o la snebbiatura del cervello. E mi rendo conto che l’altro, che avevo innalzato al ruolo di eroe o di guerriero indiano, è solo una comparsa presa dalla moltitudine e che veste panni senza neppure sapere chi sta impersonando. Non fa parte del gioco perché non ne conosce le regole sottese.

Indossa solo il costume ma è scostumato.

E’ dentro la scena, ma osceno. Non etico.

Rimango sempre male. Con le mie antiche tenere trecce nere e le calzette bianche seduta sotto le tamerici, rannicchiata a chiedermi perché.

Un problema di linguaggio, di significato delle parole.

Io ci credo sempre alle parole. E con loro costruisco castelli, spesso in aria”.

“Bastare a se stessi, essere tutto per se stessi in ogni circostanza, e poter dire omnia mea mecum porto (porto tutte le cose mie con me), è certo il requisito più salutare per la nostra felicità”.

Arthur Schopenhauer

– Consigli sulla felicità

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7 commenti Aggiungi il tuo

  1. Sephiroth ha detto:

    Come te ho creduto alle parole. Anche quelle sottese. Ho creduto ai “mi manchi”. Ai “ti voglio”. Ho creduto persino al “voglio vivere con te”. Poi ho sbattuto la faccia contro una triste realtà. Fatta di parole. Altisonanti si, ma pur sempre parole. Ed ho capito, semmai ce ne fosse bisogno, che la gente, non dà assolutamente né valore né peso a ciò che dice. È tutto un gioco egoistico, per riempire alcuni vuoti. Ci si finisce dentro, senza averne coscienza. Per diletto personale.

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    1. elettasenso ha detto:

      Proprio così. Con le dovute eccezioni. In quel periodo avevo incontri occasionali e ho trovato persone davvero molto superficiali. Come dice Recalcati oggi vige un ” consumismo affettivo” per cui l’importante è la quantità, non la qualità. Si acquistano incontri con persone così come si acquista un oggetto. Data la grande offerta proposta non ci si fa problemi a rompere cambiare sostituire gettare. Per fortuna ora sono uscita da quel circuito perché, per come son fatta io, andavo spesso in corto. 😜😀😀

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      1. Sephiroth ha detto:

        Ci sono sempre le eccezioni. E forse mi ritengo tale, perché le parole importanti le ho sempre centellinate. Perché nell’inflazionarle, se ne perde il senso e la misura. Nonostante ciò non sono immune. Ho creduto anche io alle parole. Ed adesso sono in corto anche io!! 😂😜

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      2. elettasenso ha detto:

        ☺🌷un fiore per te: che tu possa continuare a credere nelle parole nonostante i corti circuiti

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      3. Sephiroth ha detto:

        Alle parole senza menzogna!! 🥂😊

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  2. massimolegnani ha detto:

    Io penso che tu creda ancora ai giochi e alle parole, meno alle persone. O meglio, ora le persone, gli uomini, devono guadagnasela la tua fiducia, giustamente.
    ml

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    1. elettasenso ha detto:

      Infatti. L’importanza della “parola data” me l’ha insegnata mio padre. E io l’ho sempre avuta dentro. Ora le parole hanno un diverso peso, bisognerebbe ricordare che in realtà sono pietre. Ponderare bene quel che si dice, si lancia, si promette.
      Grazie del contributo

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