Doppio

il

L’uomo fuggiva alla sua indagine. Non poneva schermi, semplicemente se ne andava via. Più lei penetrava entrava indagava chiedeva, più lui evadeva.

Sotto la luce aveva uno sguardo opaco, nessun guizzo. La restauratrice prendeva l’attrezzo e dava dei minuscoli impercettibili tocchi per togliere la patina del tempo.

Per qualcuno la patina non era da togliere. Far tornare all’antico chiarore, ai colori originali sarebbe stato uno choc per i nostri occhi abituati da tempo allo strato fumoso e omogeneo, basso denso scuro.

Ciò che è stato non torna. Come la nostra pulita e affamata giovinezza. Quando ancora non sapevamo quanto male ci avrebbe fatto la vita. Il dolore lascia rughe come solchi incancellabili.

Ma a che serve cadere ed errare se poi si persegue sulla stessa linea storta? Non è forse più salutare saltare, non sostare nel fango del passato. Operare una lenta metamorfosi e cambiare.

La donna guardava l’uomo dritto negli occhi. Perché fuggi, quando ti chiedo? Perché ti alzi e vai? Da me puoi scappare, non dalle ferite, dai ricordi, da ciò che è stato. Tutto va macinato frullato e consumato. Il passato va digerito e poi evacuato. Ora pensa ad ora. Non permettere che l’oggi e il domani abbiano la perenne ombra dell’afflizione perpetua.

Siamo tutto quello che è stato, siamo ciò che ora è, siamo – forse – ciò che saremo. Negli ultimi due stati dipende dal movimento che sappiamo incidere alla clessidra con la sabbia rosa.

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