Il vuoto 

Umberto sostava nel silenzio accigliato.

Camminava avanti e indietro nella stanza. Non metteva musica. Non accendeva la televisione. 

Emily stava con il grembo languido sul divano. Ferma. Immobile. Il fragile fascino spento.

Dopo cena occorreva stare a tavola. Ascoltarlo mentre lui versava il vino, bicchiere dopo bicchiere, nel tempo senza orologi. Il cane dormiva. La tavola con la tovaglia cerata. Due piatti, due posate, due bicchieri. 

Poi fumavano. Emily aveva sempre freddo. Stare in quella casa le dava una sospensione di spilli. Avvertiva la tensione e non le riusciva sciogliere i nodi. Tra le ombrose ciglia le mancava una sciolta naturalezza. 

Umberto la gelava. Nella sala asettica, tutti i libri antichi a formare una catena di toni ambrati e azzurri, lui non la toccava mai. 

C’era stata una vertigine leggera solo una sera, mesi prima, quando Umberto per la prima e unica volta le aveva chiesto un bacio – sotto lo sguardo di gesso della luna di luglio. Aveva sentito il suo sapore e odore. 

Emily, quella sera, era tornata a casa con un sottile punto interrogativo tra le sopracciglia. Non poteva immaginare il gelo che ci sarebbe stato, dopo.

Umberto l’aveva voluta accanto nei mesi successivi. Sempre. Emily si chiedeva il senso: non riusciva a capire la distanza siderale che lui poneva: quando camminavano parlavano mangiavano. 

Umberto non poneva un gesto: uno sfioramento una carezza un bacio. Non la toccava. Si chiudeva nel guscio senza lanciare tentacoli e fili. Non la teneva.

Così ogni sera quando Emily tornava a casa nell’abitacolo della sua macchina danzavano le ipotesi e i propositi di fuga e vendetta. Non torno più- si diceva. Ma poi, quando lui il giorno dopo la chiamava, come una sonnambula lei tornava. 

Tornava nel silenzio immobile, ad ascoltarlo bicchiere dopo bicchiere, a stare con il freddo siderale, senza contatto, senza capire, senza senso. Tornava senza un motivo. Tornava a dare ascolto compagnia vuoto all’uomo che aveva bisogno solo di versare dire raccontare. 

Lei era uno specchio. Un vaso. Un posacenere. Un’anfora. Lei era il vuoto. 

Mu. 

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2 commenti Aggiungi il tuo

  1. massimolegnani ha detto:

    Scrittura particolarmente curata, frasi fredde come il freddo che sente Emily in quella casa. Mi ha meravigliato l’accenno a un’auto perché mentalmente avevo ambientato il racconto in pieno ottocento con quella prevalenza cupa (e vuota) del maschio.
    (Mu?)
    ml

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    1. elettasenso ha detto:

      Mu è un ideogramma che significa vuoto. Non ricordo il testo scritto perché, normalmente, non rileggo e scrivo di getto, senza prima brutta o bella copia. Ora vo a rileggere perché così verifico se c’è un clima ottocentesco, così come tu hai colto.
      Buona giornata e grazie per la visita
      Eletta

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