L’altro è l’inconoscibile #Barthes 

L’altro è l’inconoscibile ” scriveva  Barthes. 

Ricordatelo quando mi poni sul tavolo chirurgico e con i bisturi tagli per penetrare nella carne. Ricordatelo quando mi leggi e analizzi ogni passaggio, ogni puntino di sospensione con la lente d’ingrandimento per capire chi io sono. 

Ricordatelo quando mi trapassi con lo spillo per mettermi – le ali in croce – nella teca.

Facile guardare una lastra radiografica in controluce. Puoi vedere le mie ossa, non la mia anima. 

Sono acqua che guizza: non puoi trattenermi nel cavo delle mani ad infinitum. Ogni mia traccia è impermanente. Solo impronte che si dissolvono alla prima pioggia. Non fossili da esaminare.
Ho un passo di gazzella quando salto e scrivo. Semplicemente fermo l’attimo fuggente. Mentre normalmente evapora nei meandri labirintici il tuo pensiero. Non sono incisioni perenni sulla pietra del mio pensiero.

Attimi e frammenti. Frammenti evaporanti di piccole gocce d’acqua al sole.
Così io farò con te. Avrò la pazienza dei saggi, terrò a bada lo spirito indomito che mi porta come puledra a galoppare VIA.

Così io ricorderò la tua inconoscibilità senza tirare le somme sull’ardesia del tuo manifestarsi, sul foglio dell’evidenza con lo sguardo del pregiudizio. Così rispetterò le tue tremila forme.

Così attenderò sulla soglia della tua porta con un bussare lieve.

Io sono prigioniero di questa contraddizione: da una parte, credo di conoscere l’altro meglio di chiunque e glielo dico trionfalmente ( Io sì che ti conosco! Solo io ti conosco veramente! ); e dall’altra, sono spesso colpito da questa evidenza: l’altro è impenetrabile, sgusciante, intrattabile; non posso smontarlo, risalire alla sua origine, sciogliere il suo enigma. 

Da dove viene? Chi è? Mi esaurisco in sforzi inutili: non lo saprò mai”. 

Capire, profondamente, che l’altro sia l’inconoscibile è la forma più alta di rispetto della diversità dell’altro; da meditare ogni giorno al risveglio in questo mondo di omologazione, livellamento e appiattimento. 

Io sono sempre stata come sono

Anche quando non ero come sono

E non saprà nessuno come sono

Perché non sono solo come sono.
Patrizia Valduga – Quartine 

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3 commenti Aggiungi il tuo

  1. massimolegnani ha detto:

    c’è un confine labile tra il tentativo di comprensione dell’altro e la sua dissezione a catalogarlo (non a caso hai usato termine come bisturi e spillo da teca per descrivere il secondo atteggiamento). Forse la comprensione implica l’accettazione anche di ciò che resta inconoscibile, mentre la dissezione rifiuta zone d’ombra ed è un atto che si esaurisce in se stesso, non mira certo all’accettazione dell’altro.
    perfetta continuità tra le parole tue, quelle di Barthes e quelle della Valduga.
    ml

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    1. elettasenso ha detto:

      Grazie caro massimo. Un richiamo a chi cataloga giudica timbra senza senno. La realtà è complessa. Poco saggio semplificare ingabbiare inscatolare. 😎

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