Caffè 

Troppo stanca per alimentare con elaborati concetti il cervello, ripose gli occhi sulla prima pagina del primo racconto del primo libro preso a caso nel mucchio disordinato. 

Era 102 Racconti zen di Richard Brautigan.La prima pagina era stata stracciata probabilmente perché foriera di dedica non più gradita.

Poi, dopo la pagina bianca dedicata al titolo, il primo racconto.

Lesse le prime righe: ” 

“A volte la vita è solo una questione di caffé, e del grado di intimità che può concedere una tazza di caffé”. 

Non aveva capito se era uno scherzo una proiezione della sua mente malata così rilesse la frase. No, diceva proprio così:
 ” A volte la vita è solo una questione di caffè, e del grado di intimità che può concedere una tazza di caffé”.
Già se n’era resa conto, l’aveva intuito, ne era persuasa, prima che quella persona la respingesse all’angolo remoto allontanandola dal grado d’intimità che può concedere una tazza di caffè. Seduti vicini davanti alla tazzina fumante, oppure distanti. Ciascuno a sorbire per conto proprio. 

Caffè. 

Quando apriva un pacchetto nuovo di caffè tagliandone il bordo superiore con le forbici stava col naso dentro, ci si tuffava come in una tinozza, a riempirsi i sensi di aroma fino allo stordimento. Lei “si faceva di odore di caffè”.

Il caffè era la sua droga. La sveglia del mattino l’uscita dallo stato di alfa dalle onde lente dalla lanuginosa ovattata inconsistenza e incoscienza mattutina. Doveva farsi di caffè prima di riprendere un ritmo stabile ragionare riflettere programmare pensare associare stabilire connettere e ammettere chiunque alla sua presenza. 

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