Noi che siamo sconosciuti

Noi che conosciamo siamo sconosciuti a noi stessi: e ciò ha le sue buone ragioni. Non siamo mai andati in cerca di noi stessi, come potrebbe quindi accadere che ci troviamo?”

 Friedrich Nietzsche – Genealogia della morale

Riordinando lo studio sono saltate fuori immagini, fogli, bigliettini, lettere.
Dopo aver stracciato gli inutili ricordi, mi sono fermata un attimo a guardare le mie fotografie.
Ma ero proprio io quella bimba cicciottella, morbida con le fossette?
E poi quell’adolescente dall’aria ermetica?
E quella donna che rideva nella neve?
Il tempo si accumula e io non mi sono riconosciuta.
Un’altra me stava là in posa.
Cosa pensava?
Cosa viveva?
Com’era il suo cuore?
Cosa temeva? Cosa amava? Come conosceva?
A ogni immagine che passava tra le dita corrispondeva un’altra me.
Così ho visto un accumulo di me.
Fotogrammi statici che fissano qualcosa che è in continuo mutamento.
Sconosciuti a noi stessi, come diceva -giustamente- Nietzsche.

Come potrebbe quindi accadere che ci troviamo? Ci troviamo nello sguardo di un altro che ci ritrova. Ieri nascosta in un cavo della parete, nascosta col cuore che batteva, sparita dal visibile e scivolata nell’acqua gelida del cielo improvvisamente azzurro, sono tornata a ritrovarmi nel ritrovarmi dell’altro. E un grido ha fatto volare i gabbiani. 


Ci troviamo spesso attraverso la costruzione della nostra immagine riflessa nell’occhio di un altro. Io sono quella che agisce in relazione a.
Ci troviamo nel momento in cui un altro ci trova e ci rivela. Come appare (appariva?) l’immagine dalla carta fotografica bianca immersa nell’acido. 
Ci troviamo se siamo trovati.

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7 commenti Aggiungi il tuo

  1. Transit ha detto:

    Siamo i passaggi non esaustivi delle nostre età. E dopo passaggi di domande come a rifare i percorsi in cui già allora eravamo smarriti e spesso senza coscienza di sé: le fotografie servono a guardarci nel buio dell’esistenza. Una volta in bianco e nero e adesso a colori … la vita che scorre o almeno così ci appare confrontando le nostre età.

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    1. elettasenso ha detto:

      Ogni immagine diversa, ogni fase diversa, ogni veste diversa.
      Ogni strada diversa con qualche nodo e incrocio.
      Eletta

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  2. Transit ha detto:

    E la maschera inespressiva e gli occhi a contenere il nero profondo: guardare e non vedere il passato, il presente. Solo una maschera il tempo che passa.

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    1. elettasenso ha detto:

      La maschera é inespressiva se non guarda il passato, per agire nel presente. Anche recitare una parte serve a volte ai bravi attori. Calarsi fino in fondo in un ruolo, e poi depositare la maschera nuda su una sedia. Ogni esperienza, anche la più penosa, serve.

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  3. massimolegnani ha detto:

    però, però, però, forse è proprio questo il punto. Il “Ci troviamo spesso attraverso la costruzione della nostra immagine riflessa nell’occhio di un altro.”, forse è ciò che ci impedisce di ri-conoscerci, perchè l’altro o l’altra cambia a seconda delle epoche della nostra vita (un genitore, un fratello, un amore, un amico, un amante) e allora ci frammentiamo in tanti occhi altrui (ricordo un vecchio film, “io la conoscevo bene”, dove la vita di una donna veniva ricostruita attraverso le testimonianze di chi l’aveva conosciuta: ne risultavano parti che non collimavano, impossibile ricavarne una figura omogenea)
    ml

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    1. elettasenso ha detto:

      Sí, sono d’accordo: tante persone diverse a seconda del riflesso negli occhi di chi ci guarda. Ma anche un sentirsi profondamente diversi a seconda del tempo, del nostro intimo tempo. Per me è così: quasi un non riconoscersi per quella che ero, che sono stata, che sono. Sempre con uno strato uniforme comune, logicamente. Il medesimo stelo, seme ( della ghianda per chi conosce Hillman ), la medesima radice da cui si espandono forme diverse.
      Sarà che io amo la metamorfosi. Dalle ceneri io rinvengo…

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