Che cos’è Amore

Ti vedo meglio al buio, 

non mi occorre altra luce:

l’amore per me è un prisma 

che supera il violetto.

Questa la strofa di una poesia di Emily Dickinson. Ti vedo meglio al buio, frase magnifica che rimanda al senso profondo dell’amore che si abbandona all’altro nella notte della ragione.

Mi ricorda la favola di Amore e Psiche, nell’interpretazione di Erich Neumann ( Casa Editrice Astrolabio):

” La fase dello sprofondamento di Eros e Psiche nell’oscuro paradiso dell’inconscio corrisponde alla situazione uroborica iniziale dell’esistenza psichica. È la fase dell’identità psichica in cui tutte le cose sono connesse, fuse e mescolate in modo inestricabile, come nello stato della participation mystique. La vita psichica si trova in una fase di oscurità, cioè di mescolanza inconscia e di inconscia produzione, di amplesso e di fecondazione “. 

Vedere l’altro meglio al buio significa vederlo con tutti i sensi, sentirlo e riconoscerlo istintivamente.

Chi ha provato l’esperienza dell’amore sa che questa esperienza non ha nulla a che fare con l’immagine edulcorata mielosa e semplificata offerta dai mass media. Niente fiori, cioccolatini, braccialettini e bacetti. Niente selfie con le due facce falsamente sorridenti da inviare sui social. 

Amore non è fatto semplice, nulla è più complesso dell’amore quando accade. 

Scrive Umberto Galimberti:

” Amore è un desiderio infinito che vive lo spazio che lo separa dalla conquista dell’oggetto amato, perché amore non conosce il possesso ma solo la mancanza, per questo Platone lo diceva figlio di povertà e lo descriveva: Povero sempre, Amore non è affatto delicato e bello, come per lo più si crede; bensì duro, ispido, scalzo, senzatetto; giace per terra sempre e nulla possiede per coprirsi; riposa dormendo sotto l’aperto cielo, nelle vie e presso le porte. (…) 

Amore è anche figlio di Poros, la via, il passaggio, il guado che dalla scena, dove la ragione quotidiana recita il suo testo, conduce ai margini della scena, ai bordi del linguaggio dove i termini subiscono quello s-terminio che offre lo spettacolo dell’o-sceno. Qui non c’è più identità e tanto meno relazione. I nomi con cui la ragione quotidiana ha costruito la sua visione del reale precipitano in quella molteplicità irrelata di sbocchi, accompagnata da altri straripamenti, che portano il discorso su un’altra articolazione che non è stabilita né prevista “. 

Da : Paesaggi dell’anima  

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2 commenti Aggiungi il tuo

  1. wwayne ha detto:

    Anch’io ho scritto un post sull’amore: https://wwayne.wordpress.com/2013/06/27/guardatelo/. Che ne pensi?

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  2. Transit ha detto:

    C’è o non c’è, s’inerpica nelle evanescenze della gabbia toracica. E langue e grida in silenzio e s’attorciglia nello stomaco: s’acquatta, e smorto riluce, svanisce e compare sconosciuto, sgombera lentissimo, bofonchia nella stiva del cuore, martella a ritroso, bivacca randagio, s’inquieta, svetta sulle labbra e smarrito, o appena vittorioso, attraversa le quattro stagioni. Amore è seguito da un ombra che si chiama Amore.

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